Perché le competenze

I mutamenti intervenuti nei luoghi di lavoro (nuove tecnologie, aumento del peso del cosiddetto lavoro intellettuale, modelli organizzativi flessibili ecc.) richiedono che il soggetto, per potersi garantire sia la permanenza in un determinato posto di lavoro che la possibilità di reperirne di nuovi (per l’ormai nota ed abusata transizione dal concetto di “occupazione” al concetto di “occupabilità” che avrebbe avuto ragion d’essere in mercati con un livello medio di “potere cognitivo” dei soggetti ben più alto), ha la necessità di acquisire un ventaglio di competenze indubbiamente più ampio rispetto al passato.

In questa sfida sono coinvolti soprattutto i sistemi di formazione ed istruzione, a tutti i livelli, e la legittimità stessa delle istituzioni politiche che, in questo periodo storico, non possono abdicare anche a questa funzione piegandosi ad una logica aziendalistica, nella quale il mercato e le aziende, in particolar modo nelle loro forme associative, dettano tempi e modi delle riforme. Un paese che non investe nell’istruzione, nella formazione, nell’orientamento, si è detto da più parti, e nella qualità di questi sistemi, è un paese che non crede nel proprio futuro. Si tratta di trovare una mediazione tra uguaglianza di opportunità e logica delle competenze superando la terza via del familismo e dei rapporti di potere così consueti alla cultura e agli stessi sistemi di istruzione e formazione italiani.

Il concetto di competenza, con la sua natura multiforme e difficilmente definibile, è uno dei concetti chiave attraverso cui rispondere a questa sfida. Esso «è andato col tempo mutando, assumendo una rilevanza strategica e divenendo un concetto-valigia al cui interno trovano spazio contenuti sempre più specialistici che vanno ad arricchire quello originario, non più sufficiente».

Sembra dunque che la direzione intrapresa, sia a livello comunitario che a livello nazionale sia decisa, sostanzialmente uniforme e concertata a tutti i livelli del sistema. Eppure non è così.

Vediamo dunque quali sono i problemi rimasti sul tavolo, trattandoli, per brevità in estrema sintesi:

1. applicabilità: tra le raccomandazioni, le decisioni, persino le normative e le cogenze e le pratiche, si sa, esiste, specie nel nostro paese, troppo spesso una distanza incolmabile. Il rischio che nei sistemi di istruzione e formazione ci si limiti ad adempimenti di carattere normativo e burocratico (a una sorta di declaratorie) senza innovare prassi didattiche, contenuti, sistemi di apprendimento è elevatissimo;

2. integrazione e riconoscimento: il dialogo tra i diversi sistemi (università, scuola, sistema della formazione e dell’orientamento, sistema del lavoro) è ancora ai minimi termini, ciascuno mal tollera interventi degli altri nel proprio campo, ciascuno è convinto (ad ogni livello da quelli ministeriali al singolo attore) di possedere un qualche primato e una qualche primogenitura, chi ci rimette è il soggetto, il cittadino comune che vede un proprio diritto sancito da norme, documenti, raccomandazioni, regolamenti… ma ha poi enormi difficoltà a farselo riconoscere nella vita pratica (basti pensare alle difficoltà che vi sono anche all’interno del medesimo sistema, per il riconoscimento dei CFU da un’Università all’altra, per il riconoscimento di una qualifica professionale da una Regione all’altra o, addirittura, alle differenti interpretazioni da una provincia all’altra….);

3. trasparenza e certificazione: l’antidoto, da molti invocato, è la certificazione delle competenze una sorta di panacea di tutti i mali che consenta al cittadino di esibirle e spenderle un po’ come se fossero punti accumulati (con la sola differenza che una competenza spesa si può spendere di nuovo), per completare la propria formazione, per inserirsi nel mondo del lavoro, per conseguire titoli di studio etc… Ma chi certifica? E i certificatori saranno orizzontali (dunque indipendenti dai sistemi) oppure verticali (e dunque inseriti all’interno di un sistema e avranno dunque la possibilità di certificare solo all’interno di esso?). Risultano ovvie le motivazioni per cui la seconda scelta non è una scelta in direzione dell’integrazione, della trasparenza, della riconoscibilità tra sistemi e dunque lede un diritto e rafforza i muri (consentendo inoltre la replicazione di meccanismi burocratici);

4. confusione terminologica: nelle differenti letterature nazionali sul tema, in quelle disciplinari, nelle traduzioni dei documenti europei, nelle disposizioni normative dei differenti paesi, non soltanto non sono stati trovati accordi definitivi su certune definizioni, ma spesso si indugia ancora in denominazioni diverse (potrete perciò trovare la stessa competenza all’interno delle competenze di base, e in altro documento trovarla in un elenco di competenze trasversali, ma che dire di coloro che preferiscono gli anglismi e dunque chiameranno ora life skill ora soft skill le une e le altre?, e tutto ciò per non fare che alcuni esempi di immediata evidenza per tutti).

Questi e molti altri sono i problemi che si pongono oggi per far sì che la nuova logica, che appare imperante (almeno a livello formale) nel mondo occidentale possa costituire un fondamento di democrazia e di uguaglianza delle opportunità e non approfondire fossati già abbastanza pericolosi e navigabili solo per pochi.